La terza città d'Italia, settimo paese industrializzato del mondo, va al rinnovo dei suoi organi amministrativi, il Consiglio Comunale e quelli delle municipalità. Lo fa in un clima pesante. I problemi della città sono sotto gli occhi di ciascuno e si sono negli ultimi anni, se possibile, ancor più acutizzati.
I livelli di vivibilità sono ormai bassissimi. La mancanza di lavoro di strati consistenti di popolazione, l'inquinamento, i servizi di trasporto locale sempre più scadenti, a fronte dei recentissimi aumenti delle tariffe, le politiche sociali ridotte al lumicino, un'offerta culturale e di svago pressoché inesistente, eccezion fatta per una reclamizzata movida che si riduce a spaccio massivo di alcol tra i giovanissimi, un centro storico che cade a pezzi, anziani lasciati a se stessi e privi di qualsiasi luogo qualificato di aggregazione. E, sopra tutto, 'a munnezza! Ma come si intuisce l'elenco potrebbe continuare.
Il dibattito che caratterizza questa campagna elettorale sembra essere improntato sul tema della discontinuità. De Magistris afferma che c'è necessità di rompere sia col bassolinismo, sia col cosentinismo. Mi sembra però, che al di là del politicismo del tema, si tratti di intravvedere, e poi di percorrere concretamente, una strada che faccia uscire la città e i suoi cittadini e cittadine dal pantano materiale e spirituale nel quale langue. Provvedimenti concreti, atti amministrativi, soluzioni politiche, proposte culturali, che restituiscano dignità e vivibilità a Napoli e a chi in essa ci vive. Ecco ciò di cui ha un disperato bisogno.
Per far ciò è necessario che la politica torni a giocare il suo ruolo. Mi sembra abbastanza indicativo che i tre principali candidati a sindaco non provengano dal mondo della politica, almeno di quella classicamente intesa. In questa città la politica sembra essersi ritirata, fatte le dovute eccezioni.
Rimettere al centro la politica significa per me essenzialmente due cose: 1) innescare processi attraverso i quali si determini un meccanismo di controllo democratico e dal basso sulle scelte da operare; 2) elaborare soluzioni ai problemi che vadano nella direzione degli interessi delle classi popolari della città.
Questo è lo spirito con il quale ho accettato la sollecitazione a candidarmi, partendo da una situazione di scarsa dimestichezza con i meccanismi elettorali e con gli schemi machiavellici di una certa politica. Avendo però l'entusiasmo che da sempre mi caratterizza quando si tratta di mettersi in gioco, di sperimentare, di favorire un cambiamento. Poiché di questo si tratta: di costruire per davvero il cambiamento, non però quello per anni sbandierato e mai realizzato.
Lo faccio un po' in solitaria, benché ovviamente supportato e sostenuto dai compagni della Federazione della Sinistra e in quanto tesserato del Partito della Rifondazione Comunista, e con l'intento di verificare intorno a me, con compagni, amici, colleghi di lavoro, familiari, conoscenti, la possibilità di costruire un percorso che vada oltre le elezioni e che guardi a un rinnovato impegno politico come alla modalità consapevole, progettuale, ma anche gioiosa ed entusiastica, di riprenderci, insieme, la nostra città.
In solitaria come candidato, poiché il meccanismo delle elezioni lo impone, ma insieme a tanti e tante, come spero sia, poiché, come dice Erri De Luca, "in ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove. Sono una quota sperimentale che va alla deriva. Dietro di loro la traccia aperta si chiude".